Trento, Baselga del Bondone e la fine / Trento, Baselga del Bondone y fin

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Trento, Baselga del Bondone e la fine

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Arrivai a Trento in estate, mi trovavo in fondo a una valle circondata dalle montagne. La struttura della città sembrava chiara: numerosi pendii dai quali mi sarei sentito volare per scoprire nuovi luoghi. Cominciavo a sfruttare gli spazi di Trento e viaggiavo da una parte all’altra dei pendii passando per la valle, attraverso la quale scorreva il fiume Adige incurvandosi verso destra.

Passai i pomeriggi d’estate camminando per la città, portavo con me solo qualche frutto e bevevo acqua nelle centinaia di fontane che incontravo andando su e giù per i pendii che più in là sarebbero diventati montagne. Era l’epoca dell’anguria e del melone, ma di notte andavo solamente al fiume ad ascoltare i treni che dall’altro lato smettevano di fare rumore.

Il giorno prima della fine dell’estate vidi un airone sulla riva dell’Adige, scesi per raggiungerlo e il fiume mi ricordò il mare poiché sentivo l’odore delle rive dei mari e degli oceani con cui stetti. Dovetti fuggire perché alla fine nei miei giretti per la città finivo sempre per scrivere con un pennarello verde che Vivesse il mare lì nei luoghi in cui fossi passato. Io non ero una persona incoerente e il calore si faceva sempre più forte.

Uscii da Trento in autunno quando il calore diminuiva e cominciai a viaggiare alla ricerca del mare, poiché era sempre da più tempo che non mangiavo frutti di mare per cena. Arrivai così in città tristi come Trieste, belle come Venezia, giovani come Genova, di venti passi come Ventimiglia, ammanettate come Rimini o nuove come Napoli. Chiesi ai pescatori che cosa facessero con i frutti di mare e mi dissero tutti che vi facevano molte salse per la pasta. Cominciai a sentire freddo e il mare era di nuovo irraggiungibile, si avvicinava l’inverno e dicevano che il fiume Adige di Trento si congelava affinché ci si potesse camminare e giocare sopra. A volte volevo solo giocare, non volevo più proseguire. Era di nuovo dicembre.

In inverno arrivai di nuovo a Trento ma l’Adige non si congelò mai. La cosa mi intristì profondamente e a una ragazza che sentivo di amare la cosa dispiacque, mi immersi troppo nel suo passato per chiudere le mie ferite per la mancanza del mare d’autunno e niente poté più tornare ad essere uguale.

Fu così che dovuto al freddo dovetti leggere in troppe occasioni. Mi ricorderò sempre di Cesare Pavese e del suo suicidio a base di medicine per la mancanza di fama di fronte a una bella donna di trentasei anni. Maledetto bastardo figlio di puttana così vicino. Era troppo, desideravo solo l’arrivo della primavera e mancava sempre meno, meno male.

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La primavera è Baselga del Bondone, Trento è il resto delle stagioni.

Quella stagione fu quella in cui cominciai ad andare a scuola per imparare l’idioma sulla lingua. Dicevo a me stesso che non sarebbe servito, perché sapevo già l’italiano grazie a Pavese e l’altra metà a dire la verità non mi interessò mai. Fu così che mi dedicai alle persone e lo feci bene, nel miglior modo possibile in realtà, senza dubitare. Né mare né fiume né amare né morte né vita, solo continuazione. Proseguivo bene e calmo.

E bevendo un caffè straniero conobbi un ragazzo di Eurovillas, che mi portò con l’autobus numero 261 fino al suo paesino, dovendo prima camminare su una strada cieca. C’era un forte odore di merda di vacca all’arrivo, passò una lepre grigia, diceva perfino che aveva sentito dire che il cinghiale aveva attraversato il paese, che uscì a cercarlo e anche se poté solo vedere le orme la cosa lo fece felice: vedere il segno. Poi noi due andammo di notte senza nessun tipo di luce al punto più alto della zona e io gli insegnai a immaginarsi di volare. Lui mi disse che avrei potuto essere felice, io lo credetti. Era Gesù.

Per questo lui, che nella traduzione sará Jesús, tradurrà questo testo dall’italiano allo spagnolo.

                                                          L’unico modo che abbiamo noi uomini di unirci per l’impossibilità di amarci.

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Trento, Baselga del Bondone y fin

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Llegué a Trento en verano, estaba en el fondo de un valle rodeado de montañas. La estructura de la ciudad parecía clara: varias laderas desde las que me sentiría volar para descubrir nuevos lugares. Comenzaba a explotar los espacios de Trento y viajaba de una parte a la otra de las laderas pasando por el valle, por donde corría el rio Adige haciendo un giro hacia la derecha.

Pasé el verano caminando las tardes por la ciudad, sólo llevaba algo de fruta conmigo y bebía agua en los cientos de fuentes que encontraba subiendo y bajando las laderas que más allá siempre se convertían en montañas.  Era la época de la sandía y el melón, pero por las noches sólo andaba junto al río escuchando los trenes que del otro lado dejaban de hacer ruido.

Un día antes de que acabase el verano vi una grulla en la rivera del Adige, bajé a alcanzarla y el río me recordó al mar pues olía a las orillas de los mares y océanos con los que estuve. Tuve que huir porque al fin y al cabo en mis vueltas por la ciudad siempre escribía con un rotulador verde que Viviese el mar allá donde fuese. Yo no era una persona incoherente y el calor se hacía cada vez más fuerte.

Salí de Trento en otoño cuando el calor amainaba y empecé a viajar en busca del mar, pues cada vez hacía más que no cenaba marisco. Llegué así a ciudades tristes como Trieste, bonitas como Venecia, jóvenes como Génova, de veinte pasos como Ventimiglia, maniatadas como Rímini o nuevas como Nápoles. Pregunté a los pescadores que hacían con el marisco y me dijeron todos que con el marisco hacían muchas salsas para la pasta. Empecé a sentir frío y el mar era de nuevo inalcanzable, se acercaba el invierno y decían que el río Adige de Trento se helaba para poder caminar y jugar sobre él. A veces solo quería jugar, proseguir ya no quería. Era de nuevo diciembre.

En invierno llegué de nuevo a Trento pero el Adige nunca se heló. Aquello me entristeció profundamente y una chica a la que sentía amar lo sintió, buceé demasiado en su pasado para cerrar mis heridas por la falta del mar del otoño y ya nada pudo volver a ser igual.

Fue así que debido al frío tuve que leer en ocasiones demasiado. Siempre me acordaré de Cesare Pavese y su suicidio a base de medicinas por la falta de fama ante una mujer bonita de treinta y seis años. Maldito bastardo hijo de puta tan cercano. Era demasiado, sólo deseaba la llegada la primavera y cada vez quedaba menos, menos mal.

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La primavera es Baselga del Bondone, Trento es el resto de las estaciones.

Aquella estación fue cuando comencé a ir a la escuela a aprender el idioma acerca de la lengua. Me decía a mí mismo que no serviría, porque el italiano ya lo sabía gracias a Pavese y la otra mitad a decir verdad nunca me interesó. Fue así que me dediqué a las personas y lo hice bien, lo mejor que pude de hecho, sin dudar. Ni mar ni río ni amar ni muerte ni vida, solo continuación. Proseguía bien y calmado.

Y bebiendo un café extranjero conocí a un chico de Baselga del Bondone, que me llevó con el autobús número seis hasta su lugar, teniendo que caminar antes por una carretera ciega. Olía a mierda de vaca fuerte al llegar, pasó una liebre gris, incluso decía que había escuchado decir que el oso había atravesado el pueblo, que salió a buscarlo y aunque sólo pudo ver las huellas aquello le hizo feliz: ver el rastro. Luego fuimos de noche los dos sin ningún tipo de luz al punto más alto de la zona y yo le enseñé a imaginar a volar. Él me dijo que podría ser feliz, yo le creí. Era Gabriel.

Por eso él, que en la traducción será Gabriele, traducirá este texto del español al italiano. La única forma que tenemos los hombres de unirnos por la imposibilidad de amarnos.

FIN

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Sultan

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Sultan mi chiedeva di volare e Giuda la gatta era una pantera. Volava senza sognare.

Poi ci disse che nei suoi sogni era attaccato da scimmie e lupi.

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Sultan me pedía volar y la gata Gaia era una pantera. Volaba sin sueños.

Luego nos dijo que en sueños le atacaban gorilas y lobos.

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Colleziono targhe perché è la forma d’identità più ripetuta dopo l’essere umano, senza contare i codici a barre.

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La targa è appartenuta ad Attilio Grossi e a una FIAT 850 rossa.

Un giorno fece un incidente in una galleria. L’auto rimase così distrutta che si preoccupò solamente di portarsi via le targhe affinché nessuno le sostituisse rendendolo colpevole di possibili futuri delitti mafiosi.

Un altro giorno – prima dell’incidente – parcheggiò così vicino al grosso tronco di un albero da dover uscire dalla finestra per poter continuare con la sua vita.

Tanti anni dopo io conobbi sua figlia e un giorno

sua figlia Linda mi chiese di insegnarle come far andare un’automobile qualsiasi senza il piede sull’acceleratore. E io lo feci. Così salimmo entrambi sul cofano di un’altra auto e a cinque chilometri all’ora arrivammo a casa sua, a Poia.

C’era il sole e un cielo azzurro mare.

Ci aspettava la Vida.

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Colecciono matrículas porque es la forma de identidad más repetida después del ser humano, sin contar con los códigos de barras.

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La matrícula perteneció a Attilio Grossi y a un FIAT 850 rojo.

Un día tuvo un accidente en un túnel. Tan destruido quedó el coche que sólo se preocupó de llevarse las matrículas para que nadie las sustituyese haciéndole a él culpable de posibles futuros delitos mafiosos.

Otro día aparcó tan cerca del tronco grueso de un árbol que tuvo que salir por la ventana para poder continuar con su vida.

Su hija Linda me llevó a enseñarla cómo hacer que cualquier coche andase sin el pie en el acelerador. Así nos subimos ambos al capó de otro coche y a cinco kilómetros por hora llegamos a su casa en Poia.

Hacía sol y azul cielo mar.

Nos esperaba la Vida.

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Paola B.

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All’inizio si chiamava Tania, ma rimase comunque bella anche chiamandosi Paola. Diceva di essere vegetariana, così mangiammo senza carne d’agnello. Poi mi disse che i suoi genitori non la lasciavano andare a Verona perché era minorenne, e fu cosi che feci una zattera di legno e ce ne andammo navigando da Trento a Verona via l’Adige.

A lei piaceva l’arte classica, e per questo non venne con me a distruggere le mura di quella vecchia casa. Così se ne andò.

Niente ormai fu uguale e lei partì verso il mare con la sua amica di Roma Martina e una vecchia stella cadente di mare chiamata Spica per caso.

Dal mare di Scilla e Tropea mi inviò una fotografia dove lei non c’era. Io soltanto volevo fare mia quella fotografia, così feci un racconto inventato su Paola e il suo amore per la pizza con le patatine o il Grana Trentino.

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Al principio se llamaba Tania pero seguía siendo igual de guapa llamándose Paola. Decía que era vegetariana, así que la invité a un aperitivo sin carne de cordero. Luego me dijo que sus padres no la dejaban ir a Verona porque era menor de edad, de forma que tuve que construir una barca de madera y nos fuimos así navegando desde Trento a Verona utilizando el curso del río Adige como medio.

A ella le gustaba el arte clásico, por eso no me acompañó a derrumbar los muros de una vieja casa. Aquello me destruyó.

Ya nunca nada fue igual y ella se fue al mar con su amiga de Roma Martina y una vieja estrella de mar fugaz que se llamaba Spica por casualidad.

Desde el mar de Scilla y Tropea me envió una fotografía en la que ella no aparece. A mí solo me interesaba hacer mía esta fotografía y construí todo un relato inventado sobre Paola y su amor por las pizzas llenas de patatas fritas o queso rallado.

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El arte vale para siempre

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Tan artista que ideó todo un plan maestro: convencería a los otros para que un museo expusiese su única obra. Al final lo consiguió, manejaba el mundo y a las personas de este. Había perdido la idea de si actuaba por sí mismo o por una constante creación de recuerdos debido a la pérdida de la juventud. A veces hablaba tan solo que todos se fijaban en él, a veces había olvidado que lo hacía por otro motivo, al fin y al cabo se había perdido demasiado y solo le quedaba la extinción del sol. Estaba tan triste que se deleitaba cuando la mujer le preparaba el rodaballo.

 

Destruyó la exposición de su única obra. Tan artista que destrozó también el museo.

Tan artista que ante la idea del castigo por parte del Estado se suicidó sin dolor.

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Eko Susilo duerme bonito

Yo me enamoré un poco de cada una de ellas, cada vez más.

De Elisa por cómo me miraba.

De Linda por cómo me miraba alegre.

De Sara por cómo me miraba cuando buscábamos el tesoro allí arriba donde se cruzan las dos líneas blancas de los aviones sobre el cielo azul.

De Paola por cómo me miraba a veces.

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Pero Eko Susilo era el más guapo de todos, porque lo importante es lo bonito. Porque Eko duerme bonito.

Es como comer, se prefiere una rebanada de pan con mermelada de chocolate a una zanahoria bien pelada sin aceite ni vinagre.

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Los seis de Biasioli

Los seis de Biasioli

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“Los recuerdos comunes de una generación permiten prejuicios que aceleran las amistades, el sexo e incluso el amor”

“No utilizo a las personas para no escribir sobre ellas, simplemente no quiero que lo sepan”

“El grupo de seis pokemon con los cuales te enfrentabas a los campeones de la Liga aceleran la amistad, el sexo e incluso el amor”

Cazzo, cazzo, cazzo. Mi hai scombussolato, cazzo. Sporca puttana giornalista ! Vaffanculo ! Ora non riesco neanche a seguire niente qua dentro, non vedo l’ora che finisca la prima ora per andare fuori a sfogarmi.

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Advertencias previas

  1. El texto será comprensible sólo por las generaciones que jugaron de pequeños a la Edición Amarilla de Pokemon.
  2. Si este texto se convierte con el tiempo en arte será necesario que los filólogos que quieran comprender casi totalmente la obra jueguen al juego de Nintendo o lean la guía sobre Pokemon de Armando Molina e Israel Yáñez con Fernando Lafora.
  3. En España y en Italia todos los Pokemon se llamaban igual, lo que me ha permitido hablar largo y tendido en el estadio de fútbol del Trento con G. Biasioli.

 Texto advertido

Gabriele Biasioli tuvo en su squadra pokemon de la Versión Amarilla a Pidgeot, Victreebel, Raticate, Zapdos, Nidoqueen y Nidoking. Abandonó a Pikachu desde el inicio porque se sentía un rebelde, Pikachu era demasiado conocido y él quería su fama propia, con sus propios pokemon llevados de la mano. Tampoco eligió irse con Squirtle, Charmander o Bulbasur por el mismo motivo, lo hacían todos, no eran para él, él era el Biasioli. Ya lo intuía.

De igual forma todos los pokemon que entrenaba día a día eran los que habia capturado al inicio, era un tipo constante Gabriele, fiel a sus principios y tenaz. Sin dudas. Además casi todos los pokemon que tenía evolucionaban dos veces cada uno, aprendían y esto era algo que se podía comprobar, pues cada vez eran más fuertes, más tenaces. Fuertes.

De forma que Biasioli sólo tenía una duda, era la elección de Zapdos. Nadie lo sabía pero quizás suplía al Pikachu que siempre había rechazado, quizás las ganas de volar en una tormenta violenta sin lluvia. La luz que necesitaba por la falta de Pikachu. El pájaro potente y el animal legendario, enorme, famoso, el gran artista. Algo es una palabra.

Una duda en definitiva tenía Gabriele Biasioli.

Pero joder, dejame robar la camiseta de fútbol del Trento del maniquí y huir luego saltando una valla de 4 metros.

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La estética del insulto pelo-polla

Cuando era más joven seguía teniendo el pelo rizado, algo que en cualquier instituto de lengua española suponía que te insultasen al salir de clase si pertenecías a los débiles del lugar. Me llamaban pelo-polla porque mis rizos se parecían al pelo púbico de los chicos y las chicas.

( El insulto pelo-polla sólo existe en español porque pelo y polla juntos suenan muy bien: ambas palabras inician con la pe, ambas tienen las vocales bien situadas y las eles juegan entre ellas. Es un insulto perfecto sin lugar a dudas. Da igual los muertos que genere. Se debe continuar haciendo, pues las personas sirven para esto. )

A menudo los fuertes del lugar me quemaban el pelo en el autobús de vuelta a casa, yo no me daba cuenta hasta que ardía y empezaba a oler extraño, ya tarde, no me quedaba más que apagarlo con la mano cerrada.

( En otros países las personas también tiene el pelo rizado, pero no importa, porque la traducción de pelo o polla no produce un bonito juego. )

Por eso me cortaba el pelo yo mismo con unas tijeras rojas y nunca iba a la peluquería, para que nadie descubriese que los otros me quemaban el pelo con sus mecheros de colores.

( Por ello se recomienda a los africanos y africanas de piel negra que no vayan a España o a cualquier otro país donde se hable en español al salir de clase. )

Baila morena con los ojos marrones o negros.

( Pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla pelo polla. )

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Die.129–

129 DIE IN JET fue el titular del periódico New York Mirror tras un accidente de avión. Con el tiempo se descubrió que murieron más o menos personas, pero la rima in inglés de One Hundred Twenty Nine Die ( … Tuenti Nain Dai … ) era arte y deba igual la cantidad de muertos presentes.

Andy Warhol hizo más tarde con ello una obra de arte.

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Robo perfecto en un campo de amapolas

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Mamá, te escribo esta historia porque es verdad. Gracias a ti fui a Venecia en el Carnaval – querías que hiciera unas fotografías – y viví esta bonita historia que se hizo historia porque conseguí sobrevivir a ella.

Los personajes de la historia que te voy a escribir están en las tres únicas fotografías que tuve tiempo de hacer antes de que me viese envuelto en algo demasiado extraño como para ser todavía hoy capaz de entenderlo. Quizás tú lo consigas, pues siempre te gustaron mucho las novelas policiacas, sobre todo aquellas escritas por mujeres y con mujeres protagonistas. Suerte.

En la primera fotografía aparece Boris, el amigo búlgaro con el que fui a Venecia. Él vino conmigo porque 49 búlgaros amigos suyos venían desde Sofía a Venecia para darle un paquete, luego continuarían hasta Paris, donde – según Boris – darían un espectáculo de baile. Los tres personajes disfrazados más tarde averiguaría quienes eran. Espera.

En la segunda fotografía puedes ver a tres chicas y a una mujer asiática. La japonesa no es importante en esta historia, olvídala, fíjate en las otras. Estas chicas eran estadounidenses, dos de ellas de Boston y otra de Nueva York. Nos dijeron que estaban en Venecia esperando a unos amigos canadienses. Atenta a los detalles. El bolso azul y la botella de agua.

En la última fotografía puedes ver a un grupo de periodistas fotografiando a dos personajes esenciales del Carnaval y de esta historia. Observa. Entre ellos no se ponen de acuerdo, cada uno se deja fotografiar por separado, uno mira a la derecha y otro a la izquierda. Presta atención.

Después de comer con Boris varios bocadillos, de visitar el estadio de fútbol del equipo de la ciudad con las estadounidenses, de tomar un café con leche con los periodistas e ir al servicio a lavarme las manos, me encontré con un chico que tuvo el valor de confesarme que en aquel mismo momento se estaba produciendo uno de los robos perfectos que cada año se realizaban en las plantaciones de amapolas opiáceas de la empresa farmacéutica Bayer en el sur de España.

Mamá. ¿ Lo entiendes ahora ?

Todo encajaba. La emoción se había desvanecido con la solución. Lo mejor era dejar que la imaginación volase por encima y que se quedase allí sin final, sin final jamás.

Era como los libros que siempre leías tú primero y luego yo, doscientas páginas cavilando nosotros sobre los motivos de todo aquello y el final no era para tanto, como decíamos mientras se preparaba el café en la cocina. Con hielo en verano. Tomando el sol. En la playa tomando el sol. Viendo el mar en el Vizcaya. Con la abuela después de comer. Viendo las películas de serie B con Adela. El pequeño universo humano de tu colegio, que más que un libro parecía una novela. Cuando estabas triste en la cocina y hablábamos en el salón porque dormía Neko o Ichi o Gaia o el Pitufo. Cuando me contastes por qué te enamoraste de papá.

O de cuando granizaba tanto que no se veía nada, y tuviste que parar el coche para abrir las puertas, hacer que la niebla entrase en el coche y poder salir así nosotros fuera para poder ver el sol entre los campos de girasoles que nos llevaban de vuelta a la que fue a tu casa.

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Nietzsche bien escrito …

Nietzsche bien escrito

murió abrazado a un caballo en Venecia

gracias a Sonia Juara

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Mi padre siempre hablaba de un tal Nietzsche, pero nunca sabía cómo escribirlo.

En el último curso del instituto una compañera de clase que se llamaba Sonia Juara me enseñó una técnica nemotécnica esencial: Nietzsche era para ella en realidad el Tazas. TaZaS. Sería definitivamente así – pues aproveché para aplicar la regla a todos los filósofos estudiados ese año con el profesor Rodrigo – : Platón fue el Plato, Santo Tomas de Aquino el Tomi, Kant el Canto, Nietzsche el Tazas y Ortega y Gasset el Ortega.

Sonia Juara era también la hija de los dueños de la cafetería del instituto. De lo que sus padres vendían a la hora del recreo recuerdo el bocadillo de tortilla de patatas y el de salchichas con kétchup. A mí me gustaba mucho más el primero, el segundo sólo lo pedía a veces para aparentar modernidad. También vendían patatas fritas con un palito de madera para no mancharse los dedos de rojo.

Sonia Juara estaba entonces enamorada de un nombre que recuerdo como Francisco Haro, me lo confesó en cuclillas ella y yo sentado en la mesa de una clase del segundo piso. Pensaba que ella me quería a mí, era pelirroja y todavía la publicidad seguía haciendo un buen efecto. Sin embargo, quería al alto de Francisco, un buen chico.

Hoy tengo un serio problema con la Publicidad.

Sarà Toniolli también me confesó – en una cafetería – que había leído a Nietzsche en español cuando estaba en Shanghái. Era El Anticristo y la publicidad cada vez me hacía más daño, yo que siempre me había considerado un buen hijo bastardo de Occidente.

Sarà Toniolli entonces me habló de los submundos universitarios de Venecia y de los enfrentamientos a cielo abierto que cada jueves se producían en la ciudad. Hay tres bandos divididos por las tres universidades venecianas, me decía, los comerciantes, los artistas y los arquitectos. Los primeros van a los bares y beben cervezas enfriadas y guardadas en el mar, los segundos llenan la ciudad de noche de colores las noches de luna llena, los terceros entran en las casas vacías para hacer fiestas entre dos o tres. Cada uno de ellos defendía en cada golpe al otro una visión de la Humanidad, de la Vida, de la Bendición del Amor, el Sexo o la Fama. Sólo querían no morir.

Se peleaban en los campos centrales o periféricos de Venecia, se destruían y acababan felices en los canales desfallecidos. Los más violentos se unían para hacer parte del grupo ultra del equipo de fútbol de la ciudad, el Unione Venezia. Odiaban a los del Venezia Mestre. Eran el mar y laS islas, los de Mestre eran la tierra, los coches, las bicicletas y los autobuses.

Yo, es cierto, debía de haber intuido que esta última chica era italiana porque en media hora se tomó dos cafés cortos de leche. Primero la espuma y luego en pocos minutos el resto. Yo debería de haberlo intuido, pero me decía que los que llevaban mucho tiempo en Venecia se orientaban ya mentalmente, que sabían volver a casa por el camino más corto sin la necesidad de hacer el más largo.

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